Che cosa ci insegna Caporetto

Oggi, venerdì 26 ottobre 2018, al Teatro Palamostre di Udine si è tenuta la conferenza “Che cosa ci insegna Caporetto”. L’incontro, che ha visto come partecipanti molti tra gli studenti degli Istituti Superiori di Udine, ma anche diversi appassionati aperti a nuove visioni della storia, ha ospitato esperti del calibro di Marco Pascoli, Enrico Folisi, Paolo Ferrari e Andrea Zannini. I relatori hanno potuto dialogare e confrontare la propria visione sulle ultime vicende della Prima Guerra Mondiale. In particolare, tema centrale del dibattito è stata la disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917. La conversazione è stata accompagnata dalla proiezione di diversi spezzoni di riprese inedite dal fronte, a cura del professor Folisi. 

Dopo aver brevemente ripercorso le ultime vicende della guerra, Zannini, che ha curato il dialogo fra i vari interlocutori, ha proposto una riflessione importante. Il professore ha chiamato i presenti a riflettere sul significato di una guerra, di una sconfitta e di una vittoria, e sul senso di sacrificare giovani ragazzi che pensavano di combattere per alcuni mesi, ma che si sono ritrovati a guerreggiare per anni. Risulta fondamentale, allora, chiedersi cosa rappresenti vincere una battaglia o avanzare di pochi chilometri, se le perdite all’interno dell’esercito sono enormi. In quel fatidico 24 ottobre accadde qualcosa d’inaspettato. Il generale Cadorna, abituato a sferrare attacco per primo, si trovò di fronte gli austro-tedeschi, che con furbizia pensarono di precederlo.

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gen. Luigi Cadorna

Caporetto rappresentò una sconfitta su più fronti, ma soprattutto fu il fallimento dei comandi militari italiani. Il collasso dell’esercito e del sistema militare fu determinato anche dalla frattura all’interno della società e dalla posizione del Papa, che cominciò a prendere le distanze da quella che considerava un’inutile strage. L’esercito, nonostante la stanchezza, le perdite e la crisi interna tra governo e comando, scelse di rimboccarsi le maniche, mettendo da parte tutti quei problemi morali e sociali che rappresentavano buon motivo per dichiarare la resa. Anche durante la ritirata, infatti, i soldati italiani seppero battersi valorosamente, non dandosi per vinti. In un momento di crisi, in cui il sistema di comunicazione veniva continuamente distrutto dai bombardamenti dei numerosi aerei che sorvolavano la nostra regione, un milione e centomila uomini, sotto una pioggia d’acqua e di bombe, passarono per Udine e si diressero verso il Piave, inseguiti dal nemico. 

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Marcia nella Valle dell’Isonzo

Nonostante queste considerazioni, Pascoli propone una sua personale interpretazione. Secondo il relatore, infatti, quella di Caporetto non può essere definita una disfatta, in quanto sarebbe più appropriato chiamarla rotta. Una disfatta, infatti, non ammette redenzione. Nel caso di Caporetto, invece, pur essendo  l’esercito stato colto alle spalle, la capacità di organizzare una fugace ritirata permise la salvezza dei soldati. 

A conclusione della mattinata si è parlato di senso di appartenenza. I soldati, in particolar modo quelli provenienti dalla nostra regione, spesso si sono trovati a dover combattere contro cugini o amici. La scelta assoluta davanti a cui i soldati venivano messi li obbligava a decidere da che parte stare. Ciò riuscì difficile ai molti la cui identità culturale e nazionale era multipla, vivendo questi in zone contese da poteri diversi, ma da sempre sotto una patria senza nome. 

Non sono mancate, infine, le domande da parte degli studenti più interessati. La conferenza si è conclusa lasciando ai ragazzi ed ai curiosi un’importante riflessione personale sul tema dell’appartenenza all’Unione Europea. In un momento storico in cui vengono messi in discussione traguardi raggiunti con tanto impegno, risulta importante interrogarsi sul significato profondo di comunità, e ciò è sicuramente favorito dalla promozione di iniziative come quella di oggi che, attraverso la conoscenza della storia comune, creano i giusti stimoli per costruire un pensiero consapevole. 

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